Differenze dello sviluppo del sesso
Osteoporosi associata a gravidanza e allattamento
Enrica Saggiorato
Specialista ambulatoriale in Endocrinologia presso ASST Mantova
(aggiornato giugno 2026)
FISIOPATOLOGIA
Durante la gravidanza e l’allattamento il fabbisogno di calcio della donna aumenta notevolmente, con picchi nel I trimestre di gravidanza e nei primi 6 mesi di lattazione esclusiva, per garantire la mineralizzazione dello scheletro fetale e la produzione di latte. Per soddisfare questa esigenza, durante la gravidanza l'assorbimento intestinale del calcio raddoppia, in parte grazie a un aumento da 2 a 5 volte del calcitriolo, per cui normalmente si verifica un riassorbimento scheletrico minimo o nullo. Durante l’allattamento avviene invece preferenzialmente il riassorbimento di calcio dallo scheletro materno, mediato dal PTHrP prodotto dalla mammella e dalla riduzione degli estrogeni circolanti, con transitoria deflessione della massa ossea e ritorno spontaneo ai livelli pre-gravidici a 12 mesi dallo svezzamento (1).
Tali fenomeni hanno raramente conseguenze cliniche sullo scheletro materno; tuttavia, si possono verificare fratture da fragilità nell’ambito di una condizione nota come “osteoporosi associata a gravidanza e allattamento” (PLAO) (2).
Fattori predisponenti
- Alcune condizioni associate con ridotta qualità dell’osso: osteoporosi idiopatica, osteogenesi imperfetta e varianti geniche (COL1A1, LRP5, WNT1, PLS3) riguardanti geni implicati nelle vie di segnale WNT, nella formazione del collagene e nella costruzione dei filamenti di actina.
- Fattori nutrizionali: insufficiente assorbimento di calcio durante la gravidanza, dovuto a scarso introito con la dieta o alta assunzione di fitati che lo bloccano, intolleranza al lattosio, deficit di vitamina D, celiachia o altre patologie che inducono malassorbimento.
- Aumentati livelli di PTHrP: se prodotto in maniera sovra-fisiologica o in concomitanza con aumentata sensibilità recettoriale, determina aumento patologico del riassorbimento osseo.
- Fattori meccanici che predispongono alle fratture: utero gravidico pesante, basso BMI, basso picco di massa ossea e postura lordotica durante la gravidanza.
- Cause secondarie di fragilità ossea: glucocorticoidi ad alte dosi, ipercalciuria, iperprolattinemia, patologie gastro-intestinali, anoressia, tireopatie, patologie auto-immuni.
EPIDEMIOLOGIA
Due studi giapponesi hanno stimato un’incidenza di 4.5 e 4.6 casi su 10 000 gravidanze, con possibile sotto-stima, poiché le fratture vertebrali da compressione sono spesso clinicamente silenti.
Secondo una recente revisione e metanalisi la maggior parte delle donne affette da PLAO è primipara e solo il 20% si presenta con fratture durante la gravidanza, mentre l’80% viene colpita durante il periodo dell’allattamento (3).
CLINICA
La presentazione clinica più comune è rappresentata dalle fratture vertebrali da compressione (80% dei casi). Le donne affette sono più comunemente all’inizio della terza decade di vita, con normale BMI e senza patologie ossee note. Più frequentemente le fratture colpiscono le vertebre tra T12 e L2 (4).
La maggior parte degli studi suggerisce un rischio di recidiva dal 10 al 20% nelle gravidanze successive.
Entità separata è l’osteoporosi transitoria dell’anca (TOH) o sindrome dell’edema midollare osseo, rara condizione che porta a temporanea fragilità ossea a livello di una o di entrambe le anche. È più comune negli uomini di mezza età, ma può colpire anche donne in gravidanza durante il III trimestre, con aumentato rischio di frattura (5). L’incidenza stimata è di 1 caso su 4900-25 000 gravidanze e le pazienti si presentano con dolore unilaterale o bilaterale; l’arto controlaterale può essere coinvolto anche dopo mesi o anni. Alla RM, la testa e il collo del femore interessati appaiono edematosi e la BMD è solo lievemente ridotta. Tali alterazioni si risolvono in 3-12 mesi. Le donne in gravidanza sembrano a maggior rischio di TOH, per meccanismi quali stasi venosa, inattività e pressione del feto sul nervo otturatore. A differenza della PLAO, la TOH non è associata a riassorbimento osseo sistemico, ma coinvolge solo le anche.
INDAGINI DIAGNOSTICHE
| Indagini da eseguire nelle pazienti in gravidanza o allattamento che si presentano con fratture da traumi a bassa intensità | |
| Antropometria | Peso, altezza, BMI |
| Indagini radiologiche | DEXA, Rx colonna dorsale e lombare, RM bacino, HR-pQCT (se disponibile) |
| Stima delle carenze nutrizionali | Introito di calcio e vitamina D |
| Esami ematochimici | Emocromo, VES, screening per mieloma, elettroliti, GFR, calcio, fosfato, magnesio, fosfatasi alcalina, 25OH-vitamina D, anticorpi anti-transglutaminasi e anti-endomisio |
| Esami su urine | Calciuria 24 h, creatininuria |
| Esami ormonali | PTH, PTHrP, TSH, prolattina |
GESTIONE TERAPEUTICA
Calcio e vitamina D
Per tutte le gravide è consigliabile un introito di calcio di 1200 mg al giorno, mentre non vi è accordo circa i livelli di vitamina D considerati adeguati (> 50 nmol/L o 75 nmol/L), anche se l’Endocrine Society suggerisce una supplementazione empirica di 1200 U/die senza preventiva valutazione dei livelli di 25OHD (6).
Gli studi a favore della supplementazione di vitamina D e calcio durante la gravidanza sono limitati:
- per quanto riguarda il calcio, uno studio randomizzato su 64 donne che prevedeva la somministrazione di 1000 mg/die di calcio vs placebo ha riportato un aumento dell’osso corticale radiale e tibiale 12 mesi dopo il parto, con un trend in aumento per l’osso trabecolare (7). Tuttavia, la supplementazione di calcio può avere effetti opposti in pazienti che abitualmente hanno un introito di calcio molto basso, come dimostra uno studio su donne del Gambia (8);
- anche per la vitamina D non vi è un chiaro beneficio sulla BMD; uno studio randomizzato con 400, 2000 o 40 000 UI/die, non ha evidenziato differente significative di BMD alla DXA durante il II trimestre e nelle prime due settimane post-partum ( 9).
Trattamento farmacologico (dopo il termine dell’allattamento)
La terapia farmacologica della PLAO non dovrebbe essere iniziata immediatamente perché:
- tutti i farmaci citati non devono essere utilizzati in gravidanza e in allattamento;
- il recupero spontaneo post-svezzamento può riportare la BMD a livelli compatibili con basso rischio di frattura;
- i farmaci anti-riassorbitivi (bisfosfonati e denosumab), riducendo l’attività osteoclastica, determinano anche riduzione secondaria dell’attività osteoblastica, attenuando la fase anabolica del recupero spontaneo post-allattamento.
Sono disponibili pochi studi di coorte e case report sull’utilizzo di farmaci a dosaggio analogo a quello dell’osteoporosi post-menopausale, tutti gravati dalla mancanza di un gruppo di controllo in terapia con sola vitamina D e calcio (3,10):
- la teriparatide è il farmaco anabolico più frequentemente impiegato, con incrementi di BMD dall’8 al 37%;
- i bisfosfonati (in larga parte alendronato) hanno mostrato aumenti di BMD compresi tra 3 e 43% (10);
- la terapia sequenziale (teriparatide seguita da bisfosfonati o denosumab) ha prodotto incrementi di BMD simili rispetto alla mono-terapia.
Anche se dal punto di vista fisiopatologico gli anabolici risultano teoricamente più indicati nella PLAO rispetto agli anti-riassorbitivi, il loro effetto, almeno nelle donne in post-menopausa, tende a perdersi entro 12–18 mesi, se non seguito da una terapia anti-riassorbitiva, implicando potenzialmente trattamenti a lungo termine in donne giovani. Dati preliminari suggeriscono invece che gli aumenti di BMD indotti da teriparatide nella PLAO possano persistere senza necessità di anti-riassorbitivi, a differenza della post-menopausa.
In ogni caso, l’uso di una farmaco-terapia nella PLAO richiede una valutazione attenta del rapporto rischio-beneficio, considerando che tutti i trattamenti sono off-label nelle donne in età fertile.
Confronto tra terapia farmacologica e recupero spontaneo della BMD
Non esistono studi randomizzati che confrontino direttamente la terapia farmacologica con il recupero spontaneo nella PLAO e le evidenze derivano da serie di casi.
Nel più ampio studio tedesco (107 donne in 10 anni, di cui 81 trattate farmacologicamente e 26 con solo calcio e vitamina D) l’aumento di BMD risultava simile tra bisfosfonati, teriparatide o terapia combinata, ma mancava un confronto chiaro con il gruppo non trattato (4). Un’analisi successiva dello stesso gruppo su numeri limitati ha riportato che gli aumenti di BMD con teriparatide (≈30% alla colonna lombare, 10% all’anca) persistevano dopo sospensione (11).
Le metanalisi più recenti non hanno evidenziato differenze significative nel rischio di frattura né nell’aumento di BMD tra farmaco-terapia e trattamento con solo calcio e vitamina D e nel complesso non è dimostrato che la farmaco-terapia sia superiore al recupero spontaneo nella PLAO.
Terapia chirurgica
La vertebroplastica e la cifoplastica possono essere utilizzate per il trattamento del dolore da fratture vertebrali, ma la loro efficacia specifica nella PLAO non è certa e gli studi randomizzati non ne hanno dimostrato la chiara superiorità (12). Inoltre, queste procedure possono aumentare il rischio di fratture delle vertebre adiacenti e non sono raccomandate routinariamente. Per questo motivo, l’approccio principale rimane conservativo. Per la TOH si può considerare di trattare chirurgicamente il femore in caso di frattura.
Strategie non farmacologiche
Includono la correzione delle carenze nutrizionali e l’attività fisica sotto carico evitando temporaneamente movimenti di sollevamento e piegamento. È indicata una gestione prudente delle attività quotidiane e, se necessario, l’uso temporaneo di busti di supporto per il controllo del dolore.
La decisione se continuare o interrompere l’allattamento deve essere personalizzata, bilanciando la salute materna e i benefici per il neonato (2).
CONCLUSIONI
Nelle donne con bassa massa ossea pre-gravidica o osteoporosi nota, può essere ragionevole sconsigliare o limitare l’allattamento per evitare l’ulteriore compromissione scheletrica.
Nelle pazienti con PLAO e fratture recenti, in assenza di studi randomizzati, l’approccio iniziale dovrebbe essere conservativo, ottimizzando apporto di calcio e vitamina D e correggendo i fattori reversibili di perdita ossea. È raccomandata prudente attività fisica in carico e informazione della donna per una decisione condivisa sullo svezzamento.
La DEXA dovrebbe essere ripetuta 12–18 mesi dopo lo svezzamento per valutare il recupero osseo: se è considerato insufficiente, si può prendere in considerazione la terapia farmacologica, con preferenza per i farmaci anabolici.
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Iperparatiroidismo primario
Aspetti specifici nella terapia dell'ipoparatiroidismo
Guido Zavatta
Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università di Bologna, Alma Mater Studiorum; UOC Endocrinologia, Prevenzione e Cura del Diabete, IRCCS AOU di Bologna, Policlinico S. Orsola
(aggiornato al 30/6/2025)
Strategie di prevenzione dell’ipocalcemia post-operatoria
Le linee guida dell’American Thyroid Association raccomandano di valutare i livelli di 25OH-vitamina D prima della tiroidectomia e di correggere eventuali carenze prima dell’intervento. La carenza di vitamina D è, infatti, associata ad aumentato rischio di ipocalcemia post-operatoria, soprattutto nella forma transitoria. La supplementazione pre-operatoria di vitamina D, eventualmente associata al calcio, può ridurre l’incidenza e la durata dell’ipocalcemia dopo l’intervento (1).
Crisi ipocalcemica
L’ipocalcemia acuta può rappresentare una condizione potenzialmente fatale nei pazienti con ipoparatiroidismo cronico, soprattutto se insorge rapidamente (ad esempio, dopo un intervento di chirurgia anteriore del collo in assenza di adeguata supplementazione di calcio o vitamina D). In tali casi, è raccomandata la somministrazione endovenosa di gluconato di calcio, sotto monitoraggio ECG continuo, poiché una correzione troppo rapida può a sua volta indurre aritmie fino all’arresto cardiaco (2). La dose iniziale raccomandata è generalmente di 1-2 grammi di gluconato di calcio, in pratica 1-2 fiale da 10 mL di calcio gluconato al 10%, diluite in 50 mL di glucosata al 5% o di soluzione fisiologica, da infondere in 10-20 minuti. Successivamente, si consiglia di avviare un'infusione più lenta (0.5-1.5 mg/kg/ora), da proseguire per almeno 8-10 ore. Il gluconato di calcio contiene 93 mg di calcio elementare ogni 10 mL di soluzione alla concentrazione standard del 10%. La calcemia sierica andrebbe monitorata ogni 4-6 ore. Nei pazienti che presentano anche acidosi è fondamentale correggere prioritariamente l’ipocalcemia prima di intervenire sul disturbo acido-base, poiché una correzione inversa ridurrebbe ulteriormente la quota di calcio ionizzato (3).
A differenza dell’uso dell’insulina nelle crisi iperglicemiche, gli analoghi del PTH somministrati per via sottocutanea non sono indicati per il trattamento dell’ipocalcemia acuta da ipoparatiroidismo, poiché questa via di somministrazione potrebbe in realtà ritardare l’effetto clinico del farmaco. Tuttavia, è interessante notare che il PTH 1-34 sembra in grado di prevenire l’ipocalcemia acuta post-tiroidectomia se somministrato 4 ore dopo l’intervento e successivamente ogni 12 ore fino alla dimissione. Nello studio THYPOS, i pazienti con PTH intatto < 10 pg/mL a 4 ore dall’intervento erano stati randomizzati a ricevere PTH 1-34 oppure terapia standard: il gruppo trattato con PTH 1-34 mostrava calcemia più alta alla dimissione (8.5 vs 7.8 mg/dL) e degenza ospedaliera più breve (2 vs 3 giorni) (4).
Inquadramento dell’ipoparatiroidismo nelle prime giornate post-operatorie
Secondo le ultime linee guida del II International Workshop, la misurazione del PTH sierico poche ore dopo la tiroidectomia totale può essere utilizzata per prevedere quali pazienti non svilupperanno ipoparatiroidismo post-chirurgico permanente (raccomandazione forte, evidenza di qualità moderata) (5): se i valori di PTH sono > 10 pg/mL (1.05 pmol/L) a 12–24 ore dall’intervento, è improbabile che il paziente sviluppi ipoparatiroidismo permanente; pertanto, non sarà necessario un trattamento a lungo termine con vitamina D attiva e supplementi di calcio. Molti pazienti con valori di PTH < 10 pg/mL (1.05 pmol/L) nelle prime 12–24 ore dopo l’intervento possono comunque andare incontro al recupero di un ipoparatiroidismo transitorio. L’ipoparatiroidismo transitorio è, infatti, una condizione frequente dopo tiroidectomia totale e può risolversi spontaneamente nel tempo. Il monitoraggio clinico e biochimico deve pertanto proseguire nei mesi successivi all’intervento chirurgico, per distinguere le forme transitorie da quelle permanenti, che vengono definite tali solo se persistenti oltre 12 mesi (6).
Gestione dell’immediato post-operatorio e nelle prime settimane
Nei primi giorni successivi alla tiroidectomia totale la gestione dell’ipoparatiroidismo post-operatorio richiede monitoraggio ravvicinato e interventi terapeutici tempestivi per prevenire l’ipocalcemia sintomatica. In questi casi, si raccomanda l’inizio precoce della supplementazione orale con calcio a dosaggi di 1–2 g/die, suddivisi in 2–3 somministrazioni. Nei quadri più lievi si può iniziare da 0.5–1 g/die, mentre in situazioni più gravi o con ipocalcemia persistente si può salire progressivamente fino a 3–4 g/die, sotto stretto controllo clinico e laboratoristico. In parallelo, si inizia calcitriolo alla dose iniziale di 0.25–0.5 µg/die, con possibilità di aumento fino a 2.0 µg/die in base alla risposta clinica o ai fattori di rischio pre-esistenti all’intervento chirurgico (es. rischio di hungry bone syndrome). In caso di ipocalcemia sintomatica (calcemia < 7.5 mg/dL e/o segni/sintomi neuromuscolari), è indicata la somministrazione endovenosa di calcio gluconato, seguita eventualmente da infusione continua. Nella prima settimana va eseguito il monitoraggio ogni 24–48 ore dei livelli ematici di calcio (ionizzato o corretto per albumina), fosfato, magnesio e creatinina. L’ipomagnesiemia deve essere corretta, perché può ostacolare l’efficacia del trattamento dell’ipocalcemia. Alla dimissione, la terapia va personalizzata sulla base dei valori più recenti, con follow-up clinico e biochimico a 7–14 giorni. Le prime settimane sono critiche per la stabilizzazione della calcemia e richiedono un contatto clinico ravvicinato. Dopo 2–4 settimane, le linee guida ATA suggeriscono di eseguire dosaggio della calciuria delle 24 ore per escludere ipercalciuria (> 250–300 mg/die), che richiederebbe nuovi aggiustamenti posologici. L’obiettivo terapeutico resta il mantenimento della calcemia al limite basso del range normale, evitando precipitazione dei sintomi o sovra-trattamento (1).
Supplementi di calcio nella terapia dell’ipoparatiroidismo: novità sul trattamento ‘convenzionale’?
La supplementazione orale di calcio può essere effettuata sotto forma di carbonato di calcio, che contiene circa il 40% di calcio elementare, oppure di citrato di calcio, che ne contiene circa il 21%. Per il trattamento dell’ipoparatiroidismo cronico non sono raccomandate, per il basso contenuto di calcio elementare, altre formulazioni, come il lattato (13% di calcio elementare) e il gluconato (9%). È importante ricordare che il calcio orale agisce anche come chelante del fosforo, risultando utile nel ridurre l’iperfosfatemia. Si raccomanda che il carbonato di calcio venga assunto durante i pasti, poiché l’assorbimento richiede l’acidità del pH gastrico. Il citrato di calcio, invece, non necessita di acidità gastrica per l’assorbimento e può essere assunto anche a stomaco vuoto (7).
Alcune nuove evidenze sul trattamento convenzionale dell’ipoparatiroidismo provengono da uno studio randomizzato, in doppio cieco, cross-over, condotto su 24 pazienti con ipoparatiroidismo post-chirurgico, che ha confrontato citrato di calcio e carbonato di calcio (8): il citrato è risultato meglio tollerato (con minore incidenza di stipsi) e ha determinato riduzione significativa del rapporto ossalato/creatinina. Questi risultati possono avere implicazioni cliniche nei pazienti con nefrolitiasi o con disturbi gastro-intestinali imputabili alla supplementazione di calcio.
Ipercalciuria e diuretici tiazidici
Nei pazienti con ipercalciuria persistente può essere utile l’introduzione di diuretici tiazidici in associazione a una dieta povera di sodio, con attento monitoraggio dei livelli sierici di potassio e magnesio. Le evidenze a supporto dell’uso dei tiazidici nei pazienti con ipoparatiroidismo derivano da un piccolo studio pilota (9). Tuttavia, uno studio longitudinale retrospettivo su pazienti con ipoparatiroidismo permanente ha mostrato che pazienti in trattamento con tiazidici presentavano livelli di calciuria più elevati rispetto a quelli non trattati (10). Considerando che le evidenze relative all’efficacia dei tiazidici sono contrastanti, è necessario ricorrere al giudizio clinico per valutarne l’impiego caso per caso. Nei pazienti trattati con tiazidici è raccomandato un attento monitoraggio della pressione arteriosa, della funzione renale e dei livelli sierici di magnesio e potassio. Inoltre, è opportuno informare i pazienti che l’uso di questi farmaci è stato associato ad aumentato rischio di alcuni tumori cutanei (11,12), pertanto devono controllare regolarmente la cute per identificare eventuali nuove lesioni o modifiche di quelle esistenti e a segnalare al medico ogni lesione cutanea sospetta (13). I tiazidici vanno evitati nei pazienti con ipocalcemia autosomica dominante di tipo 1 o 2, poiché possono peggiorare l’ipomagnesiemia (14). Sono inoltre controindicati nei pazienti con insufficienza surrenalica, manifestazione chiave della sindrome polighiandolare autoimmune di tipo 1 (APS-1).
Ipomagnesiemia
L’ipomagnesiemia può determinare resistenza all’azione del PTH e alterare pertanto la risposta alla terapia convenzionale. È quindi fondamentale correggere la causa sottostante dell’ipomagnesiemia. In caso di ipomagnesiemia grave (< 1 mg/dL) e sintomatica è necessaria la somministrazione endovenosa di magnesio. Nei casi asintomatici è invece possibile correggere il deficit con una terapia orale. Le preparazioni orali dovrebbero sempre essere iniziate a dosaggi minimi, con incremento graduale, al fine di minimizzare l’insorgenza di diarrea, che rappresenta l’effetto avverso principale della supplementazione di magnesio (1).
Quando valutare la terapia con analoghi del paratormone
Le linee guida internazionali riportate in tabella 1 sono state redatte prima dell'approvazione da parte di EMA e FDA di palopegteriparatide come trattamento per l’ipoparatiroidismo; pertanto, si basano essenzialmente sui numerosi studi riguardanti PTH(1-84), farmaco differente da palopegteriparatide (15). Infatti, il PTH(1-84) era stato approvato come terapia aggiuntiva o ‘add-on’ alla terapia convenzionale in pazienti con ipoparatiroidismo, al contrario di palopegteriparatide che ha ricevuto la registrazione da EMA come terapia sostitutiva per l’ipoparatiroidismo cronico.
| Tabella 1 Indicazioni per la terapia a base di analoghi del paratormone |
|
| II Workshop Internazionale (2022) (16,17) |
La terapia con PTH dovrebbe essere presa in considerazione nei pazienti:
La terapia con PTH può essere considerata in soggetti con osteoporosi che richiedano trattamento anti-riassorbitivo (es. denosumab), per ridurre il rischio di ipocalcemia. |
| PARAT Consensus Europea (2022) (17) | Nessuna raccomandazione specifica fornita. “Il PTH(1-34), somministrato una o due volte al giorno, potrebbe rappresentare un'opzione alternativa, sebbene con meno dati di sicurezza” |
Palopegteriparatide (TransCon-PTH)
Quasi contestualmente al ritiro definitivo dal commercio di PTH(1-84) (Natpara®) nel dicembre 2024, palopegteriparatide ha ricevuto l’autorizzazione da EMA (11/2023) e FDA (08/2024) ed è ora approvata come prima terapia sostitutiva per l’ipoparatiroidismo cronico, anche se non è ancora disponibile in tutti gli stati europei.
Palopegteriparatide, noto precedentemente anche come TransConPTH(1-34), è un pro-farmaco costituito da teriparatide coniugato a un carrier di metossi-polietilen-glicole tramite un linker, che consente il rilascio prolungato del principio attivo nell’arco di 24 ore (tecnologia TransCon). L’emivita del farmaco raggiunge le 60 ore, grazie al rilascio graduale (dipendente da pH e temperatura corporea) del teriparatide nel circolo sanguigno. Questo meccanismo consente la stimolazione continuativa del recettore del PTH, come se fosse in corso un’infusione continua, mimando pertanto la continuità di azione dell’ormone endogeno sul proprio recettore.
Nello studio di fase 2 PaTH Forward, TransCon PTH ha consentito al 91% dei pazienti di sospendere la vitamina D attiva e i supplementi di calcio (intesi come > 500 mg/die), con miglioramento della qualità di vita e normalizzazione dei parametri biochimici (18).
Lo studio multicentrico di fase 3 PaTHway, mirato a valutare efficacia e sicurezza di palopegteriparatide, era strutturato in due fasi: una fase iniziale in doppio cieco di 26 settimane con randomizzazione a farmaco o placebo, seguita da una fase in aperto di 156 settimane, durante la quale tutti i partecipanti hanno ricevuto il trattamento con palopegteriparatide (19). La popolazione iniziale comprendeva 82 adulti con ipoparatiroidismo cronico da almeno 6 mesi, con diverse eziologie (prevalentemente post-chirurgica), di età media 48.6 anni e durata media della malattia di 11.7 anni. L’end-point primario era il raggiungimento della calcemia corretta nel range di normalità (8.3–10.6 mg/dL) con indipendenza da calcitriolo e supplementazione di calcio > 600 mg/die. Alla 26° settimana questo obiettivo era stato raggiunto nel 79% dei pazienti nel braccio attivo contro il 5% del gruppo placebo. La calciuria delle 24 ore si è ridotta in media da 390 a 220 mg/die (P < 0.0001) nei trattati con palopegteriparatide, rispetto a una riduzione non significativa nel gruppo placebo (da 329 a 292 mg/die). Alla 52° settimana (20), in cui 78/82 pazienti avevano completato lo studio, l’81% dei pazienti manteneva la calcemia nella norma, mentre il 95% era indipendente dalla terapia convenzionale, e solo 4 pazienti necessitavano ancora di supplementazione di calcio. Il dosaggio iniziale era di 18 µg/die, titolato con incrementi di 3 µg/die fino al raggiungimento della dose ottimale, che si manteneva stabile. Alla 52° settimana la dose media di palopegteriparatide era 24.6 ± 7.6 µg/die. I punteggi SF-36 si sono allineati a quelli della popolazione generale e i questionari specifici per l’ipoparatiroidismo (HPES, Hypoparathyroidism Patient Experience Scale) hanno evidenziato un miglioramento significativo del benessere generale e della qualità della vita in rapporto alla presenza di ipoparatiroidismo.
In un’analisi post-hoc, palopegteriparatide ha mostrato un aumento medio dell’eGFR (+9.3 mL/min/1.73 m² a 52 settimane), con effetto più marcato nei pazienti con eGFR basale < 60 mL/min. Il miglioramento della funzione renale è stato osservato entro 3 mesi dall’inizio del trattamento (21). All’inizio dello studio i pazienti mostravano basso turn-over scheletrico e valori di BMD mediamente elevati. Il trattamento ha indotto riassorbimento scheletrico transitorio, con picco alla 12° settimana, seguito da progressivo riequilibrio. La BMD si è leggermente ridotta nei primi mesi di trattamento per poi stabilizzarsi, avvicinandosi ai valori attesi per età e sesso (20).
Il farmaco è risultato complessivamente ben tollerato; la maggior parte degli eventi avversi è stata di entità lieve o moderata e nessuno ha determinato l’interruzione del trattamento durante la fase in aperto.
Palopegteriparatide ha dimostrato di ripristinare pressochè completamente la funzione fisiologica del PTH nei pazienti con ipoparatiroidismo cronico.
Teriparatide in Italia
Dal 2021 teriparatide PTH(1-34) può essere utilizzato in maniera off-label e senza alcun vincolo temporale in adulti affetti da ipoparatiroidismo cronico, secondo le indicazioni della determinazione (22). In precedenza, era possibile utilizzarlo fino a 36 mesi. Al contrario di palopegteriparatide, nonostante sia un farmaco utilizzato in diversi studi inerenti l’ipoparatiroidismo cronico in bambini e adulti, non ha mai ricevuto un’approvazione ufficiale da EMA o FDA per il trattamento dell’ipoparatiroidismo cronico. È quindi suggerita cautela e comprovata conoscenza ed esperienza negli analoghi del paratormone prima di iniziare questo tipo di trattamento nei pazienti con ipoparatiroidismo cronico.
Posologia iniziale raccomandata: 0.5–0.7 µg/kg/die in 2 somministrazioni sottocutanee, corrispondenti, indicativamente a 20–80 µg/die.
Per il monitoraggio sono previsti prelievi e valutazioni periodiche a cadenze pre-fissate, comprendenti:
- test di gravidanza iniziale;
- esami biochimici: calcemia, fosfatemia, magnesiemia, calciuria 24 h, fosfatasi alcalina ossea, creatinina, transaminasi, elettroliti, emocromo, uricemia, colesterolemia, 25OH-vitamina D, elettroforesi sieroproteica;
- DEXA: individualizzata in base a età e clinica.
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- Modifica all'allegato 1 della determina n. 1469 del 4 agosto 2017, relativa all'inserimento del medicinale per uso umano teriparatide (Paratormone - PTH) nell'elenco dei medicinali erogabili a totale carico del Servizio sanitario nazionale, ai sensi della legge 23 dicembre 1996, n. 648, quale terapia sostitutiva ormonale per la cura dell'ipoparatiroidismo cronico grave. Determinazione 24 agosto 2021.
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